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lunedì 27 febbraio 2017

#Oscar2017: troppa politica, vince La La L'altro.

Non so se ha il diritto di augurare il buongiorno chi la notte l'ha passata tutta sveglia a guardare gli Oscar, quindi mi limiterò ad un  generalissimo "Salve, come state?". 
Io, nonostante non abbia chiuso occhio per circa 24 ore, non sono particolarmente stanca, ma sono decisamente arrabbiata. Alcune delle statuette consegnate stanotte in occasione dell'89° cerimonia organizzata annualmente  dall'Accademy non hanno incontrato la mia approvazione. E non perchè io mi senta competente a tal punto da potermi erigere a giudice di quale premio sia giusto e quale sia sbagliato, ma perchè è palese che la maggior parte dei riconoscimenti abbia un sotto testo politico che, a lungo andare, ha stancato.
L'anno scorso, sicuramente lo ricorderete benissimo, l'Accademy era stata accusata di adottare un atteggiamento discriminatorio nei confronti dei neri in quanto fu ritenuto insufficiente il numero di presenze di persone di colore tra i candidati. Quest'anno, per mettere le mani avanti e non per altro, tra i nominati a miglior film ce ne sono tre che raccontano di o hanno come protagonisti attori neri; Moonlight, Il diritto di contare e Barriere. E con La La Land super favorito e già vittorioso ai Golden Globes chi vince? Moonlight. Cioè, ma di che parliamo? Stessa cosa è successa per il miglior attore e attrice non protagonista. Che poi a me Viola Davis piace tantissimo, quindi a nessuno dispiace più che a me il dove dire che sono stati premi per far dormire l'Accademy con la coscienza pulita. L'unico che avrei accettato sarebbe stato quello per miglior film straniero- il film del regista iraniano a cui la nuova politica americana vieta di entrare negli Stati Uniti- se solo non fosse stato accompagnato da una innumerevole serie di messaggi subliminali contro il nuovo presidente. Il premio ed il bellissimo discorso di Asghar Farhadi che, volontariamente, sceglie di non presiedere sarebbero stati una presa di posizione più che sufficiente. E invece no, ci abbiamo dovuto aggiungere Zootropolis ed una serie infinita di battute quasi sempre uguali tra loro. Basta, davvero, tanto ormai Trump sarà il vostro presidente per i prossimi quattro anni, potevate pensarci prima se proprio non vi piaceva. 
E allora quali sono i motivi per essere contenti? Emma Stone miglior attrice protagonista e Casey Affleck- che a me piace a tratti più del fratello Ben- per il corrispettivo maschile del premio anche se io tifavo a tempo perso per Andrew Garfield, miglior canzone originale e miglior regia a La La Land e miglior trucco ai due italiani Bertolazzi e Gregorini per Suicide Squad. Ah, e pure quello alla carriera di Jackie Chan. Molto belle le esibizioni di Justin Timberlake e di John Legend; divertentissimo l'ingresso in sala dei turisti che con i calzini nei sandali si sono trovati coinvolti nella notte più esclusiva del panorama cinematografico; epico e divertentissimo l'errore finale che nomina per sbaglio La La Land miglior film, poi si scusa e consegna il premio, tra l'imbarazzo generale e lo sconforto di Damian Chezelle, a Moonlight. 
Vi lascio la lista completa dei vincitori e vi do appuntamento al prossimo anno, sperando in un Accademy meno paraculo e più obbiettiva. 

MIGLIOR FILM: Moonlight
MIGLIOR REGIA: Damien Chazelle (La La Land)
MIGLIOR ATTORE: Casey Affleck (Manchester by the sea)
MIGLIOR ATTRICE: Emma Stone (La La Land)
MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA: Mahershala Ali (Moonlight)
MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA: Viola Davis (Barriere)
MIGLIOR SCENEGGIATURA ORIGINALE: Manchester by the sea
MIGLIOR SCENEGGIATURA NON ORIGINALE: Moonlight
MIGLIOR FILM STRANIERO: Il cliente (Iran)
MIGLIOR FILM ANIMAZIONE: Zootropolis
MIGLIOR FOTOGRAFIA: La La Land
MIGLIOR SCENOGRAFIA: La La Land
MIGLIOR MONTAGGIO: La battaglia di Hacksaw Ridge
MIGLIOR COLONNA SONORA: La La Land
MIGLIOR CANZONE: City of Stars (La La Land)
MIGLIORI EFFETTI SPECIALI: Il libro della giungla
MIGLIOR SONORO: La battaglia di Hacksaw Ridge
MIGLIOR MONTAGGIO SONORO: Arrival
MIGLIOR COSTUMI: Animali Fantastici e dove trovarli
MIGLIOR TRUCCO: Alessandro Bertolazzi, Giorgio Gregorini e Christopher Nelson (Suicide Squad)
MIGLIOR DOCUMENTARIO: O.J.: Made in America
MIGLIOR CORTO DOCUMENTARIO: The White Helmets
MIGLIOR CORTO: Sing
MIGLIOR CORTO D'ANIMAZIONE: Piper.
A presto,
Emme.

venerdì 27 gennaio 2017

#LaLaLand: un film dedicato ai folli e ai sognatori. 10/10

Ieri sera dopo mesi e mesi d'attesa ho finalmente visto La La Land. Non ho saputo aspettare nemmeno un secondo di più e sono corsa a vederlo proprio nel giorno del suo arrivo al cinema. 
E' senza ombra di dubbio uno dei film più belli che io abbia mai visto ed è ufficialmente nella top 5 dei miei film preferiti. Scritto e diretto da Damien Chazelle, di cui ho già amato Whiplash alla follia, il film ha ricevuto riconoscimenti in lungo e in largo, dalla Mostra del cinema di Venezia ai Golden Globe fino ad arrivare alle ben 14 nominations per gli Oscar del prossimo 26 febbraio, che lo equiparano ai numeri raggiunti in passato solo da Titanic ed Eva contro Eva. Tutto quest'entusiasmo per un musical non si vedeva dai tempi di Chicago (se tu che stai leggendo non lo hai mai visto colma immediatamente questa tua vergognosa mancanza). Io amo i musical, ammiro stupita l'intrecciarsi della narrazione con la danza e adoro quando si lascia alle canzoni il potere di raccontare la storia. Lo ritengo uno dei generi più difficili con cui un artista possa relazionarsi perchè deve essere in grado non solo di recitare, di cantare e di ballare, ma deve farlo contemporaneamente. E lo stesso vale per i registi, le cui competenze devono abbracciare ambiti che si estendono aldilà di quello puramente recitativo. 
Ho visto La La Land circa diciotto ore fa eppure mi sento come se fossi ancora li seduta al mio posto- anche un po' scomodo in verità, dato che lo proiettano nella sala più scadente del multisala. La La Land ha preso il mio cuore, lo ha riempito, lo ha infranto, lo ha rigenerato e poi, non contento, se l'è pure tenuto. Ecco cosa ha fatto questo film. Ecco cosa dovrebbero fare tutti i film. Ed io avrei voluto scriverla prima questa recensione- credetemi ci ho provato- ma non ci sono riuscita perchè non sapevo come tramutare in parole il frullato di emozioni che avevo- e che ho ancora- dentro di me, proprio qui, alla bocca dello stomaco. Mi pare che qualcuno le chiami farfalle e che si sentano quando ti innamori. Si, perchè io di questo film mi sono innamorata. 

La storia potrebbe sembrare semplice e banale se si da un'occhiata veloce alla trama, ma in realtà grazie allo spessore e alla caratterizzazione dei personaggi diventa l'esatto opposto. Lui pianista jazz e lei aspirante attrice uniti dalla volontà di realizzare i propri sogni. E' quello che conta: non smettere mai di crederci, di provarci, di lottare, di insistere. Questo film è un dono a chi non ha mai smesso di sognare ed un promemoria per quelli che invece sono in procinto non solo di chiudere il cassetto, ma di portare il comodino in soffitta. Se a questo, a tutta questa determinazione ci aggiungete l'amore, un amore dolce, pieno, sincero, che non limita, che lascia la facoltà di inseguire la proprie aspirazioni, che è prima di tutto verso se stessi, che c'è e si vede, che porta il nome di un bar, allora il quadro vi sarà completo. Non vi basta? Aggiungete la complicità, il jazz, la follia, il romanticismo, una Hollywood moderna ma anni cinquanta, John Legend con il dolcevita color cammello e mi femro qui. 
E' inutile dirvi che la scena in cui in un vecchio cinema impolverato le loro mani titubanti si intrecciano alla luce di Gioventù Bruciata, solo uno dei tanti riferimenti presenti all'interno del film,
è quella che mi ha emozionato di più, insieme a quella all'Osservatorio, ovviamente. Il finale, e non aggiungo altro, è stupendo, una delle cose più belle in un insieme di cose bellissime. 

Rayan Gosling ed Emma Stone sono a dir poco spettacolari. Rayan Gosling balla il tip tap, cucina, suona sempre con una mano in tasca, con una disinvoltura tale ed un sex appeal che sfido chiunque ad avere; Emma Stone è bravissima, leggiadra nei movimenti del valzer e così coinvolgente con quei sui grossi occhioni blu che se avessi potuto ci sarei andata anche io a vedere il suo one-woman show solo per farla felice. La colonna sonora è formidabile, tant'è che sono due le canzoni del film candidate all'Oscar, City of Stars, in assoluto la mia preferita difatti è già entrata nella mia playlist, e The fools who dream, che racchiude per me le categorie di persone a cui questo film è dedicato: i folli e i sognatori. Ho adorato la fotografia e le scene girate in piano-sequenza (cioè senza stacchi) seguendo movimenti circolari. Purtroppo nonostante la sfrenata pubblicità per farlo diventare un film di massa (De Martino testimonial e le venti persone in sala con me di ieri sera ne sono la prova), La La Land non è un film per tutti, semplicemente perchè il musical è un genere che difficilmente piace. Ma se questo presupposto ve ne dovesse limitare la visione, vi prego, superate i vostri limiti, uscite fuori dagli schemi, procedete ad uno strappo alle regole e guardatelo. Non ve ne pentirete. 

Avrei voluto non finisse mai e non vedo l'ora di rivederlo. Ancora, ancora e ancora. La visione di film come questi mi ricorda perchè il cinema è chiamato la settima arte e, sopratutto, perchè mi piace così tanto. La La Land è da dieci, e se potessi gli darei anche di più. 

A presto,

Emme. 

sabato 22 ottobre 2016

#TheYoungPope: ecco come si fa una serie tv.

Dio è grande e misericordioso: ecco perchè per rimediare allo scempio de I Medici di inizio settimana ci ha ridonato la speranza di un panorama televisivo migliore con le prime due puntate di The Young Pope, la serie evento ideata, scritta e diretta da quel genio- perchè solo così si può definire e, forse, sarebbe anche riduttivo- di Paolo Sorrentino. 
Una grande produzione internazionale, finanziata da Sky, Canal+ (Dexter, How I meet your mother) e HBO (Game of Thrones, True Detective, Veep) che ha messo insieme un budget di 40 milioni di euro per la produzione dei dieci episodi che compongono la prima stagione. Presentata in anteprima alla 73° Mostra del cinema di Venezia, la serie arriverà in oltre ottanta paesi e, sopratutto, vedrà una seconda stagione. 

Estasi. Pura e limpida. Due ore di cori angelici e visioni celestiali. Ma in fondo stiamo parlando di Sorrentino, e non ci sarebbe quasi bisogno di aggiungere altro (non si è capito che lo adoro, eh?). I tagli di scena, i movimenti di macchina, i dialoghi e perfino i silenzi, i costumi, le luci e i colori: impeccabile, tutto. Inquadrature pazzesche, mezzi busti e soggettive che tolgono il fiato. Colonna sonora calzante ed incalzante. Unica pecca gli effetti speciali: il canguro palesemente finto, così come le colonne che incorniciano papa Pio XIII nel corso della sua prima omelia ed i lampi che la seguono. C'è da dire però che la produzione non ha avuto i consensi per girare in Vaticano, e che gli ambienti interni sono stati tutti riprodotti tra le quattro mura di Cinecittà. E per ripicca..
Dall'intervista di Best Movie con Paolo Sorrentino:
«Ha chiesto il permesso al Vaticano di girare lì?».
«Sì, e hanno detto no».
«Il Vaticano ha visto The Young Pope?».
«No, lo vedranno quando sarà trasmesso in televisione. Loro non mi hanno fatto vedere il Vaticano, io non gli faccio vedere la serie». Vaticano =- Sorrentino 1.
Sorrentino è dispettoso, proprio come il suo papa, Pio XIII, interpretato dal sempre affascinante Jude Law. Un papa americano, giovane e solo. Abbandonato dai genitori viene cresciuto ed educato da Suor Mary (Diane Keaton), che nonostante la sua elezione quale capo della Chiesa, continua ad accompagnarlo nel cammino della vita, e della fede. Altro personaggio emblematico e tutto da scoprire è quello del Cardinale Voiello, segretario di Stato e tifoso del Napoli, interpretato da uno straordinario Silvio Orlando, che recita in lingua inglese e si auto-doppia per la versione italiana in modo eccellente. La caratterizzazione dei personaggi è così precisa che sembrano reali, ma ovviamente non lo sono: l'opera- d'arte, aggiungerei- è completamente frutto della fantasia del suo autore; il contesto è reale, i personaggi sono plausibili ma non realmente esistiti. E lo sono perchè sono umani: fumano, giocano a calcio, leggono il corriere dello sport, bevono cherry cola. Ci credi a quello che stai guardando anche se sai che non è accaduto davvero, cosa che invece non è successa con I Medici, che pur narrando avvenimenti storici sono sembrati più finti dei selfie delle ragazze di prima mattina che si svegliano magicamente truccate ed usano l'hashtag #nofilter.  
Sono un'esteta e sono entusiasta di quello che ho visto: è così che si fa una serie tv degna di essere definita tale. Purtroppo il privato, anche questa volta, vince sul pubblico. Grazie Paolo, grazie Sky.

A presto, 

Emme. 


martedì 1 marzo 2016

#Oscar2016: finalmente una gioia per #Leo.

Sicuramente già sapete che tra la notte del 28 e la mattina del 29 febbraio si è tenuta l'88 cerimonia di premiazione degli Academy Awards, conosciuti da esperti e non, come #Oscar, sapete che ho fatto nottata per vederli perchè siete tutti carini, coccolosi e petalosi (che è la parola del momento) e mi seguite su tutti i social, sapete anche chi ha vinto perchè sul web non si fa che parlare d'altro, ma quello che non sapete è cosa penso io dell'evento più atteso del mondo del cinema. Così, consapevole del fatto che morite dalla voglia di scoprirlo, mi sono presa un giorno di tempo per pensare e sopratutto per recuperare ore di sonno, e con la mente un po' più lucida sono pronta a dirvi la mia sugli #Oscar2016.

Da sinistra: Mark Rylance, miglior attore non protagonista, Brie Larson, miglior attrice protagonista, Leonardo DiCaprio, miglior attore protagonista e Alicia Vikander, miglior attrice non protagonista. - Mike Blake, Reuters/ContrastoPartiamo dal presentatore: no, decisamente no. Non mi è piaciuto per niente, e da un comico come Chris Rock mi sarei aspettata qualcosa di più. Avrei voluto più leggerezza, e invece non ha fatto altro che giocare continuamente sulla scarsa presenza di neri tra i candidati. A mio dire un moralismo fin troppo facile: vorrei ricordare a tutti che sono passati solo due anni dalla vittoria di Lupita per #12AnniSchiavo. Ora l'Academy, per essere più "politically correct" ha promesso che saranno inseriti tra i membri della commissione più rappresentanti di minoranze, come se bastasse questo a risolvere il problema della discriminazione e come se i membri bianchi attuali non fossero in grado di apprezzare il talento di un attore nero. Perchè è sempre una questione di colore?
Bellissime le esibizioni di tutti gli artisti, in particolar modo quella di #LadyGaga con la sua #TillHappensToYou (Finchè non succede a te), commovente ma potente atto di opposizione alla forma di violenza peggiore che una donna possa subire: lo stupro. 
Nel complesso a me la serata è sembrata un po' morta, non particolarmente entusiasmante.

Passiamo all'aspetto più importante: i vincitori. Sembrava impossibile, ma è successo davvero: Leonardo Di Caprio ha vinto il suo primo (perchè spero ce ne sarrano tanti altri) Oscar come miglior attore protagonista in #Revenant. Non nego che quando è stato fatto il suo nome mi è scesa una mezza lacrima, e so che non è successo solo a me, come se su quel palco avessimo avuto un po' tutti la nostra rivincita. Personalmente avrei preferito venisse premiato per ruoli come quello di Django, de Il Gande Gatsby o de The Wolf of Wall Street, ruoli costruiti da lui e non per lui a tavolino, ma l'importante è vedere riconosciuti il suo talento e le sue capacità dopo tante grandi interpretazioni, e per quanto non sia necessario una statuetta placcata d'oro per farlo, un Oscar è sempre un Oscar. Congrats Leo, finalmente un gioia per te, e se ce l'hai fatta tu a vincere un Oscar io posso laurearmi in corso. Revenant si porta a casa anche il premio per miglior regia al messicano #Inarritu e quello per miglior fotografia a #Lubezki, entrambi strameritati (vi ho parlato del film qui sul blog).


Altro grande successo della serata è l'Oscar ad #EnnioMorricone come miglior colonna sonora per #TheHeightful8 di Quentin Tarantino. E' stato un momento molto emozionante: accompagnato dal figlio, sul palco del Dolby Teathre non ha potuto fare a meno di commuoversi e di dedicare il tanto meritato premio alla moglie Maria. 
Sorprendente è stata la scelta dell'assegnazione più ambita, quella di miglior film, che è andata a #IlCasoSpothlight, che purtroppo non ho ancora visto ma spero di vedere al più presto. Su tutte le altre statuette assegnate non ho nulla da aggiungere, anzi sono felicissima del non Oscar di Stallone, che sarebbe stata un'ennesima inutile leccata di culo. 

Ho notato quest'anno che non c'è stato un film che ha vinto più di tutti, a parte #MadMax che ha guadagnato tutti i premi tecnici. I premi più "importanti" si sono equamente distribuiti, e questo a mio parere, è segno dell'altissimo livello che caratterizzava i candidati di quest'anno. 
Vi lascio con la lista completa dei vincitori, fatemi sapere se avete visto la serata e cosa ne pensate e mi raccomando, keep dreaming gold, almeno fino al prossimo anno.
A presto,

Emme. 

  • Miglior film: Il caso Spotlight
  • Miglior regia: Alejandro González Iñárritu, Revenant - Redivivo
  • Miglior attore protagonista: Leonardo DiCaprio, Revenant - Redivivo
  • Miglior attrice protagonista: Brie Larson, Room
  •  Miglior attore non protagonista: Mark Rylance, Il ponte delle spie
  • Miglior attrice non protagonista: Alicia Vikander, The Danish girl
  • Miglior sceneggiatura originale: Il caso Spotlight
  • Miglior sceneggiatura non originale: La grande scommessa
  • Miglior film in lingua straniera: Il figlio di Saul (Ungheria)
  • Miglior film d’animazione: Inside out
  • Miglior montaggio: Mad Max: fury road,Margaret Sixel
  • Miglior fotografia: Emmanuel Lubezki, Revenant - Redivivo
  • Migliori effetti speciali: Ex machina
  • Miglior colonna sonora originale: The Hateful eight
  • Miglior canzone: Writing’s on the wall (Jimmy Napes e Sam Smith), Spectre
  • Miglior documentario: Amy
  • Miglior cortometraggio: Stutterer


martedì 23 febbraio 2016

#TheDanishGirl: dolore, forza e coraggio.

Le serate al cinema con il mio migliore amico sono quelle che preferisco in assoluto. Nessuna festa, nessun evento e nessun locale potrà mai competere con la nostra piccola tradizione cinematografica fatta di ultimi spettacoli, cipster da dividere e litigi su quale film vedere. 
Domenica, però, la scelta non è stata preceduta da nessuna discussione, anzi è stata semplicissima: #TheDanishGirl. 
Non potete immaginare quanta voglia avessi di vedere questo film, l'ho aspettato davvero con ansia, come quando aspetto che il ragazzo delle pizze citofoni chiedendo a che piano deve salire. Sono stata attratta sopratutto da due cose: dall'interpretazione di #EddieRedmayne, candidato nuovamente all'Oscar come miglior attore protagonista proprio per questo suo personaggio, e dalla storia di Lili, una storia che necessitava di essere raccontata. Il resto del film lascia un po' il tempo che trova. Mi spiego meglio, non fraintendetemi, ma è semplicemente una biografia: molto toccante si, ma pur sempre una biografia. Quello che la rende speciale è il personaggio che Redmayne è riuscito a costruire, e più di tutto la storia che racconta, il messaggio che vuole trasmettere.

Ma voi ci avete mai pensato? Dico, ci avete mai pensato a cosa si prova a guardarsi allo specchio e a non riconoscere se stessi nell'immagine che si vede riflessa? Ci avete mai pensato a cosa si prova ad essere accusati ingiustamente di schizofrenia, ad essere considerati malati di qualcosa che è disumano definire malattia? E ci avete mai pensato a quanto può essere doloroso, sia per chi vive un conflitto interiore così indomabile, sia per le persone che lo circondano? Avete mai pensato a quanto può essere frustante, straziante, difficile?
Io no. Non ci avevo mai pensato in vita mia, l'ho vista sempre come qualcosa di lontano da me, che non mi riguardasse più di tanto, eppure non ho pensato ad altro per tutto il film. Ed è quello che vorrei facesse il signore che, seduto accanto a noi, non ha avuto problemi a definire Einar (è questo il nome del protagonista del film) l'ennesimo "frocio" e "ricchione" che gli capitava davanti. Spero che tutti vedano questo film e invito voi a farlo, ma sono consapevole del fatto che non sia un film per tutti: le menti limitate, recintante dal pregiudizio che si costruisce su tutto ciò che non si riesce a comprendere, farebbero meglio a spendere i loro soldi in altro modo, magari guardando l'ennesimo stupidissimo film dei fratelli Vanzina. E' un consiglio spassionato il mio, dovreste seguirlo. 

Scusate lo sfogo, ma dovevo. Detto ciò, l'interpretazione di Eddie Radmayne è delicata, a tratti quasi silenziosa, ma potente (sembra la pubblicità di una nuova lavatrice ma giuro che non lo è). Non riesco ad immaginare nessun altro attore nei panni di Lili, il primo transessuale riconosciuto ed il primo ad essersi sottoposto ad un intervento di riassegnazione sessuale. Dolore, forza, coraggio: è questo il climax che caratterizza il personaggio di Lili e che ha permesso al dispiacere provato per lei durante la prima parte del film si trasformarsi in ammirazione. Intenso ed enigmatico. 

Pluricandidato e già pluripremiato, aspettiamo gli Oscar per vedere se anche quest'anno Leo resterà a bocca asciutta. Dopo aver visto questo film, non mi meraviglierei. 7 e mezzo. 
Fatemi sapere cosa ne pensate.

A presto,

Emme.


martedì 19 gennaio 2016

#Revenant e la corsa di #Leo all' #Oscar: che sia questa la volta buona?

Le temperature glaciali di questi giorni conciliano perfettamente la mia perenne voglia di cinema, e quale modo migliore di soddisfarla se non quello di andare a vedere il film più discusso del momento? Ho pensato che fosse appropriato inaugurare il mio mese di preparazione alla notte degli Oscar con il film su cui, causa 12 candidature, ricadono le aspettative più alte, e così #Revenat è stato il primo fra i titoli della mia lista di film da vedere ad essere spuntato.



Diretto da Alejandro González Iñárritu ed interpretato da Leonardo Di Caprio, Revenat basandosi sull'omonimo romanzo del 2003, racconta la storia del cacciatore di pelli Hugh Glass, che dopo essere scampato all'attacco di un orso, viene abbandonato in fin di vita dai compagni di spedizione, riuscendo però poi, grazie alle sue forze, a sopravvivere. E' un racconto antico quello che ha come protagonista Hugh Glass, che in diverse versioni e da diversi secoli cammina lungo il confine sottile tra leggenda e storia, e, probabilmente, proprio per questo non smette mai di affascinare. Ed il film non è da meno: affascina, stimola, emoziona, esplora, incanta.
Definito come una perfetta fusione tra un documentario e un film drammatico, Revenant trasporta lo spettatore in una realtà lontana e sconosciuta, e quasi lo guida alla scoperta di una terra così ostile ma allo stesso tempo bella da togliere il fiato: le scene di quiete in cui predomina l'elemento naturale bilanciano perfettamente quelle della brutalità tipica dell'uomo che per egoismo è disposto a tutto. Lo spettatore si sente parte integrante di questo gioco di contrapposizioni, come se tutto stesse accadendo davanti ai suoi occhi: la telecamera si appanna sotto i respiri lenti e caldi degli attori, si bagna della neve che cade e del sangue che schizza. Lo sguardo finale di Glass sembra poi suggerire un "lo so che siete qui e che ci siete sempre stati: avete visto tutto, quindi non giudicate le mie azioni". 

Di Caprio è immenso, e questa è un gradino più in alto rispetto a tutte le sue interpretazioni precedenti. Ha girato con temperature che sfioravano i quaranta gradi sotto lo zero, ha indossato pellicce pesantissime, si è immerso in acque gelate, ha mangiato fegato di bisonte crudo, ha sopportato sveglie notturne ed estenuanti sedute di trucco ed è entrato nudo nella carcassa di un cavallo (tutto pomellato, tra l'altro). Si, tutto vero e tutto girato da lui in persona, senza controfigura. Iñárritu è geniale, attento e minuzioso nella costruzione di un'opera che appare curata in ogni minimo particolare. Poche ore di riprese al giorno per permettere di girare esclusivamente con luce naturale e ridurre quindi al minimo gli effetti speciali. Puro e prodigioso. 

Dallo stesso regista è stato definito viaggio, e come ogni in ogni viaggio che si rispetti, torni a casa migliore di quando l'avevi lasciata e, sopratutto, desideroso di partire ancora. Ed è così che voglio sentirmi quando esco dalla sala di un cinema. Leo, non ti voglio portare sfiga, ma spero che questa sia per te la volta buona. 
Aspetto con ansia i vostri pareri!
A presto, 

Emme. 

domenica 1 febbraio 2015

"La teoria del tutto": finché c'è vita, c'è speranza.

Ultimamente i tanti impegni universitari mi hanno tenuta incollata alla scrivania e lontana dal blog. Ma, tra un esame appena dato e uno che devo ancora iniziare a preparare, ho deciso di prendermi una piccola pausa e concedermi dei meritati giorni in compagnia del mio divano e di tutte le puntate accumulate in queste tre settimane di studio intenso. Naturalmente non potevano mancare una serata al cinema ed un film che desideravo vedere dall'annuncio della sua uscita: "La teoria del tutto", trasposizione cinematografica della biografia del famosissimo fisico e cosmologo Stephen Hawking. 

Premessa: è un film che dovete assolutamente vedere, e se non lo avete ancora fatto correte al cinema e comprate un biglietto,assicurandovi però di avere con voi un bel po' di fazzoletti. Per quanto mi riguarda, il film non racconta semplicemente la vita e la malattia dello studioso, a cui in giovane età è stata diagnosticata la malattia del motoneurone, una patologia rara e incurabile che comporta una progressiva atrofizzazione dei muscoli, ma racconta la forza che risiede nella vita e nella malattia stessa, forza di cui il fisico ha deciso di farsi portavoce. L'aspetto scientifico passa in secondo piano, e i riflettori sono puntati tutti su Hawking e il suo personalissimo modo di vedere e affrontare il mondo, e sulla moglie Jane, sua compagna nella battaglia contro quella malattia che gli aveva dato un'aspettativa di soli due anni di vita.
E' un film toccante ed ironico allo stesso tempo, che alterna scene di commozione e scene di sane risate. E' stato particolarmente forte per me dal punto di vista emotivo, avendo io vissuto da vicino l'esperienza di una malattia molto simile a quella del protagonista, ed avendo visto cosa si prova a stare "dall'altra parte", identificarsi con Jane non è stato poi così difficile.


L'interpretazione dei due protagonisti è sublime: Eddie Redmayne, già vincitore di un Golden Globe come miglior attore in un film drammatico e ora candidato agli Oscar come migliore attore protagonista, veste perfettamente i panni di Hawking, il quale ha apprezzato moltissimo la performance dell'attore e in un'intervista ha dichiarato: "Ha passato diverso tempo con persone affette da sclerosi laterale amiotrofica, per potere essere credibile. Sembrava me, agiva come me e aveva il mio senso dell'umorismo". Confesso di non aver ancora visto tutti i film che aspirano alla vittoria della tanto ambita statuetta, ma sono quasi certa di aver scelto il mio vincitore, almeno per quanto riguarda la categoria del protagonista maschile.


Vi lascio con la frase finale del film, e vi invito nuovamente ad andarlo a vedere perchè vi assicuro che uscirete dalla sala e vi sentirete diversi rispetto a quando ci eravate entrati, e questa è una sensazione che solo i grandi film riescono a lasciare.

"Non ci dovrebbero essere limiti alla ricerca umana. Siamo tutti diversi. E per quanto la vita possa sembrare cattiva, c’è sempre qualcosa che si può fare e riuscirci. Finché c’è vita, c’è speranza."
A presto,
Emme.